Due cosiddetti "stati canaglia" recentemente presi di mira per il cambio di regime imposto dagli Stati Uniti si stanno aiutando a vicenda a combattere il coronavirus e le sanzioni guidate da Washington.
Alla fine della scorsa settimana è stato rivelato che il Venezuela ha ricevuto un enorme impulso sotto forma di materiali e prodotti chimici della raffineria di petrolio per riparare l'unità di cracking catalitico nella raffineria di Cardon da 310.000 barili al giorno, essenziale per l'approvvigionamento di gas della nazione .
Questo come una crisi di carenza di carburante e cibo ha causato proteste e scontri con la polizia , soprattutto nelle zone rurali colpite duramente, nell'ultimo mese.
Il jet iraniano Mahan Air precedentemente visto all'aeroporto internazionale Simon Bolivar, Reuters / VOA.
"Grazie al sostegno dei nostri alleati nella Repubblica islamica dell'Iran ... Supereremo le nostre difficoltà", ha dichiarato Erling Rojas, vice ministro per la raffinazione e la petrolchimica del Ministero del petrolio venezuelano, quando giovedì sono arrivate le parti della raffineria tanto necessarie.
Ha inoltre sottolineato nella retorica colorata e provocatoria che il sostegno dell'Iran sta "facendo impazzire i gringos alla Casa Bianca".
Si prevede che tale cooperazione tra le due nazioni continuerà a frenare le sanzioni, dato che c'è stato anche un aumento degli aerei che volano direttamente tra le capitali, come riportato da Reuters :
Gli aerei che volano da Teheran sono atterrati all'aeroporto di Las Piedras, nella penisola della Paraguana, nel Venezuela occidentale, dove si trova Cardon , mercoledì e giovedì, secondo i dati sul servizio di localizzazione del volo FlightRadar24, rivisto da Reuters. Gli aerei erano gestiti dalla compagnia aerea privata iraniana Mahan Air.
Washington ha imposto sanzioni a Mahan Air nel 2011, affermando di aver fornito supporto finanziario e di altro tipo alle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane.
Il Venezuela è anche impegnato nel tentativo di ripristinare le operazioni della raffineria El Palito di 146.000 barili al giorno nel Venezuela centrale.
Si dice inoltre che le due parti stiano approfondendo la cooperazione in termini di risposta alla pandemia di coronavirus. Ha colpito la Repubblica islamica molto peggio negli ultimi mesi, mentre i numeri del Venezuela sono profondamente incerti dato ciò che è attribuito alla mancanza di test e trasparenza diffusi.
La raffineria Amuay-Cardon in Paraguana, situata a circa 350 miglia a ovest di Caracas, negli ultimi anni ha subito ripetute interruzioni di corrente, gravi incidenti esplosivi e incapacità di aggiornare le attrezzature operative a causa delle sanzioni statunitensi. Immagine tramite AFP / PRI.
I media statali iraniani hanno descritto un'importante conference call tra i principali funzionari sanitari iraniani e venezuelani in cui le due parti "hanno scambiato esperienze, protocolli clinici e misure preventive COVID-19 nel contesto delle raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità". Ha seguito gli accordi per approfondire i legami tra la crisi fatta tra i presidenti Hassan Rouhani e Nicolás Maduro durante una telefonata del 13 aprile.
Il conteggio COVID-19 dell'Iran è di oltre 90.000 casi confermati, compresi circa 6.000 decessi, mentre Venezulea ha ufficialmente 323 casi confermati e dieci decessi. Fonte: qui
Gli Stati Uniti aumentano la presenza delle cannoniere nel Golfo pronti a sostenere la "linea rossa" dell'Iran di Trump
Le forze americane nel Golfo Persico hanno notevolmente rafforzato la loro capacità di rispondere all'Iran in un momento in cui il presidente Trump ha rinnovato le minacce commerciali e le barbe con la Repubblica islamica, ordinando alla Marina degli Stati Uniti di "abbattere e distruggere qualsiasi cannoniera iraniana se molestano il nostro navi in mare ".
Ciò include il Pentagono che rafforza le sue cannoniere AC-130 e gli elicotteri d'attacco Apache per colpire e distruggere piccole minacce di superficie nel Mar Arabico . Nel frattempo, Teheran ha risposto con le sue stesse minacce a "distruggere" le navi americane.
Air Force AC-130W Stinger II. Fonte immagine: US Air Force
Apparentemente fu questa presenza rafforzata che portò allo scontro del 15 aprile a cui Trump stava rispondendo ordinando la distruzione di imbarcazioni che "molestavano" le navi americane.
Bloomberg spiega che mentre il Pentagono ha monitorato da vicino la crescente flotta iraniana di oltre 1.000 piccole imbarcazioni nel golfo e nello stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno a loro volta provocato il rafforzamento della propria presenza. Gli esercizi della Marina americana di marzo e aprile non sono passati inosservati all'Iran, tuttavia :
Gli esercizi di cannoni a fuoco vivo sono iniziati a marzo come primo tentativo di coordinamento tra le navi costiere di pattugliamento della Marina, i velivoli da ricognizione P-8A Poseidon del servizio e i cannonieri AC-130 delle operazioni speciali dell'Aeronautica, che sono in grado di attacchi notturni. Armati di una pistola Gatling da 30 mm e di munizioni a guida di precisione, i famosi cannonieri sono stati usati per attaccare bersagli terrestri - ma non navali - dal Vietnam a Grenada, Panama, Bosnia, Iraq e Afghanistan.
La Marina degli Stati Uniti sta inoltre implementando ciò che definisce un approccio "Lily Pad" , al fine di affrontare meglio l'attacco contro la flotta di navi veloci in espansione dell'Iran :
Con il nuovo approccio, gli Apache possono essere posizionati sul Puller, la prima base marina galleggiante appositamente progettata. L'estrattore, un cacciatorpediniere e altre più piccole navi statunitensi stavano esercitando l'individuazione di obiettivi per gli Apache e la trasmissione delle informazioni. Gli esercizi sono proseguiti fino al 19 aprile.
Elicottero AH-64 Apache dell'esercito durante un esercizio nel Golfo Persico, immagine dell'archivio della US Navy.
Un analista militare ed ex assistente speciale delle operazioni navali, Bryan Clark dell'Hudson Institute, ha detto a Bloomberg che l'approccio è specificamente progettato per "andare all'offensiva contro le piccole imbarcazioni iraniane, piuttosto che semplicemente difendersi contro di esse".
Ciò è in contrasto con il primo preferito dalla strategia meno efficace di basarsi esclusivamente su "cannoni di bordo ed elicotteri di bordo, che possono essere sopraffatti da un grande sciame di barche".
In genere, tali attività statunitensi vengono impiegate contro obiettivi terrestri in operazioni offensive, ma ora verranno utilizzate per eliminare obiettivi più piccoli nella regione del golfo contestata. Fonte: qui
Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Siria e Corea del Nord, per ovvie ragioni, oggi un nuovo vulcano geopolitico potrebbe ritornare prepotentemente sulla scena: il Venezuela. Stando a quanto riportato dall'agenzia Afp, infatti, dopo settimane di proteste sempre più violente, il presidente Nicolas Maduro ha ordinato all'esercito di presidiare le strade del Paese in vista delle manifestazioni attese per oggi e già battezzate dall'opposizione, «la madre di tutte le proteste». Nelle ultime due settimane, sono state almeno cinque le persone uccise nel corso di disordini e centinaia quelle ferite durante scontri tra dimostranti e polizia: ora, però, l'uomo forte schiera addirittura l'esercito. Perché tanto timore? Cosa può accadere oggi nelle strade del Paese che finora non si sia ancora verificato?
Il leader dell'opposizione, Enrique Capriles, è stato di fatto messo fuori gioco con un bando che ha scatenato violente reazioni e la decisione di Maduro di esautorare il Parlamento dei suoi poteri è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso: proprio per questo, i leader contrari al governo ancora a piede libero hanno chiesto ai militari, di fatto l'ultimo bastione del potere di Maduro, di rivoltarsi contro il governo, ma finora i loro appelli sono caduti nel vuoto, tanto che il ministero della Difesa ha dichiarato che «l'esercito mostrerà il suo spirito combattente il 19 aprile», abbassando poi i toni quando ha ribadito che il dispiegamento delle forze è finalizzato unicamente al mantenimento della pace: «Non vogliamo un confronto di piazza». E la gente, invece, cosa vorrà?
Per capire l'importanza e la delicatezza della giornata odierna, però, occorre contestualizzare quanto sta accadendo lontano dai riflettori. Sul finire della scorsa settimana, infatti, il gigante energetico nazionale Pdvsa è riuscito, non con poche difficoltà, a onorare un pagamento da 2,2 miliardi per capitale e interessi su un bond in scadenza, evitando così il default per l'ennesima volta in quella che il vice-presidente, Tareck El Aissami, ha definito «una guerra economica senza scrupoli» scatenata contro il governo Maduro. Fin qui le buone notizie, almeno per il governo Maduro, ma questo grafico ci mostra come la stessa Pdvsa debba far fronte a pagamenti, tra capitale e interessi, per 62 miliardi di dollari nei prossimi anni. Insomma, il default potrebbe essere solo rimandato.
Ma qui entra in ballo l'interesse geostrategico, quello che potrebbe caricare di contenuti extra-politici la giornata di oggi. Come riportato da OilPrice, la situazione del gigante energetico venezuelano sta facendo parecchio innervosire il Congresso Usa, visto che se dovesse non onorare i suoi debiti e fare default, la Russia potrebbe prendere il controllo degli assets di raffinazione statunitensi del gruppo, «portando a un maggiore controllo russo sul prezzo di gas e petrolio nel mondo, un qualcosa che colpirebe la sicurezza energetica degli Stati Uniti e minerebbe gli sforzi geopolitici di Washington a livello globale». A lanciare l'allarme con una lettera al Segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, sono stati due deputati, il repubbliano Jeff Duncan del South Carolina e il democratico del New Jersey, Albio Sires, ma la delicatezza della situazione ha visto crearsi anche un gruppo di senatori bipartisan che hanno chiesto loro stessi una risposta al ministro.
Qual è il nodo del problema?
La compagnia petrolifera statale russa Rosneft ha infatti operato un prestito da 1,5 miliardi di dollari alla Pdvsa, la quale ha postato come collaterale di garanzia fino al 49,9% della Citgo, una sua sussidiaria che detiene tre raffinerie negli Stati Uniti, oltre a pipeline e stazioni di servizio retail.
I deputati hanno quindi il timore che in caso di default della Pdvsa sui propri debiti, la Russia tenterà la confisca delle raffinerie su suolo americano: «Il governo russo potrebbe diventare così il secondo più grande detentore straniero di capacity di raffinazione interna negli Usa, una qualcosa che porterebbe detrimento agli interessi americani. Per questo restiamo molto preoccupati per le implicazioni che questo avrebbe sulla sicurezza energetica e nazionale Usa».
È davvero così?
No e per questo si è portati a leggere in controluce questo allarme, traducibile come l'ennesimo casus belli che Washington potrebbe scomodare per mettere - più o meno direttamente - il naso nei destini politici del Venezuela: se infatti i due deputati sottolineano come la Rosneft potrebbe cospirare al fine di restringere la produzione per far salire i prezzi, sono le dinamiche del mercato a smascherare questa mossa per ciò che è. Pura propaganda. Certo, Rosneft è un'azienda a controllo statale, ma è anche un'azienda che non si diverte a perdere miliardi di dollari: se infatti dovesse prendere il controllo delle raffinerie della Citgo e operare una restrizione della produzione delle pipeline petrolifere, sicuramente gli automobilisti delle aree interessate patirebbero un danno, ma questo atto si tradurrebbe in una rovina finanziaria per le raffinerie controllate da Rosneft.
Lo conferma alla Cnn anche John LaForge, capo della strategia Real Assets di Wells Fargo, a detta del quale «i russi non possono tenere in ostaggio gli Stati Uniti, anche perché se si arrivasse a operare una riduzione della produttività, altri soggetti della raffinazione sarebbero ben contenti di colmare il gap di domanda».
Comunque sia, parlare di minaccia alla sicurezza nazionale statunitense appare un'evidente esagerazione: ma si sa, in un periodo in cui i rapporti tra Washington e Mosca sono ai minimi storici, come confermato sia da Putin che da Trump dopo la visita di Rex Tillerson a Mosca, tutto fa brodo nella tutt'altro che cristallina battaglia per il controllo di settori geostrategici.
Insomma, il Venezuela oggi potrebbe tramutarsi nell'ennesimo Paese-proxy delle tante dispute in atto tra grandi players mondiali: una Siria senza bombe, ma con tre raffinerie che potrebbero tramutarsi nel più efficace dei capri espiatori per un ulteriore irrigidimento dei rapporti. Oltretutto, in un'area del mondo che, con la crisi dei Brics, rischia di diventare ancora più strategica negli anni a venire. E se al momento Pdvsa appare in grado di far fronte almeno alle scadenze di pagamento sul debito più ravvicinate, occorre guardare al quadro più ampio: ovvero, ai conti dello Stato, il quale proprio per evitare shock economici che diventino detonatori politici, sta priorizzando i pagamenti dei debiti obbligazionari, nonostante i pochi soldi rimasti in cassa. Come ci mostra questo grafico, prima del pagamento della scorsa settimana, lo Stato aveva in cassa riserve liquide per circa 10 miliardi di dollari, più altre in oro, quindi appare ancora solvibile, ma da qui a fine anno, quando saranno parecchie le scadenze da onorare, può accadere di tutto e un precipitare della situazione politica interna potrebbe accelerare la corsa di Caracas verso il default, sovrano o attraverso un'azienda controllata.
Qualcuno potrebbe avere interesse a trascinare il Paese verso una ristrutturazione del debito da lacrime e sangue, capace di inasprire ulteriormente le già difficili condizioni di vita della popolazione e di far capitolare anche l'ultimo bastione di difesa del potere di Maduro, ovvero l'esercito schierato oggi per le strade? A oggi, il mercato dei credit default swaps prezza un default del Venezuela entro i prossimi sei mesi al 41% delle possibilità, un aumento notevole dal 34% di solo metà marzo. E con il governo di Maduro disperato nel tentativo di vendere assets petroliferi pur di racimolare denaro per rimpinguare le casse pubbliche, la lettera dei due deputati Usa che trasforma la gestione di tre raffinerie in un vero e proprio caso di Stato, che contrappone per l'ennesima volta Stati Uniti e Russia, porta con sé la forte puzza di bruciato del classico alibi geopolitico.
In gioco c'è molto più del destino delle strutture della Citgo e il fatto che gli Usa stiano da anni cercando di porre fine all'esperienza (fallimentare) bolivariana nata da Hugo Chavez e ora perpetuata da Maduro per trasformare il Paese in una loro, di fatto, colonia è cosa nota: per le strade del Paese, oggi, ci saranno soltanto cittadini giustamente esasperati o anche qualcun altro? E l'esercito, a parole fedelissimo al governo, davvero manterrà la sua posizione od opererà un voltafaccia, utilizzando la scusa del non voler reprimere il proprio popolo con la violenza?
Attenti a cosa accadrà oggi a Caracas, potrebbe essere un proxy interessante riguardo al reale stato dei rapporti Usa-Russia.